Conviene partire dai fatti, perché il racconto del nearshoring oscilla spesso tra entusiasmo acritico e scetticismo. La realtà è più sfumata. Il Messico ha chiuso il 2025 con un livello record di investimenti diretti esteri, superiore ai quaranta miliardi di dollari, in crescita rispetto all'anno precedente. È un dato che conferma la forza di attrazione del Paese. Allo stesso tempo, però, la maggior parte di quella cifra deriva dal reinvestimento degli utili di aziende già presenti, mentre la quota di nuovi investimenti resta più contenuta, e diversi analisti segnalano che il ritmo degli annunci di nuove operazioni ha perso slancio rispetto al biennio precedente. Il nearshoring, insomma, è vivo ma è entrato in una fase più selettiva, in cui contano la qualità dei progetti e la solidità delle condizioni offerte più della pura euforia.
A complicare il quadro è intervenuta la politica commerciale degli Stati Uniti. La seconda amministrazione Trump ha introdotto un sistema di dazi articolato, con tariffe elevate sui beni che non rispettano le regole di origine dell'accordo nordamericano e su settori sensibili come acciaio, alluminio e automotive, accanto a una tariffa universale più bassa. Il punto cruciale, per chi valuta un investimento produttivo, è che i beni di origine messicana che soddisfano i requisiti dell'accordo USMCA continuano a poter entrare negli Stati Uniti senza dazi. È proprio questa la chiave che rende il Messico, insieme al Canada, uno dei Paesi con l'aliquota effettiva più bassa verso il mercato statunitense, un vantaggio competitivo notevole in un mondo in cui le tensioni commerciali sono diventate la nuova normalità.
Su tutto pesa un appuntamento che si avvicina: la revisione dell'accordo USMCA, avviata formalmente all'inizio del 2026 e destinata a entrare nel vivo proprio in questi mesi. Molti osservatori la considerano una vera e propria rinegoziazione, con Washington che spinge per regole di origine più stringenti e una maggiore quota di contenuto nordamericano. Per l'investitore questo significa due cose. Da un lato, l'incertezza impone prudenza e una pianificazione che tenga conto degli scenari. Dall'altro, chi si posiziona in modo da rispettare pienamente le regole di origine trasforma proprio quella stretta in un fossato difensivo, perché sarà tra i pochi a godere senza ostacoli dell'accesso al più grande mercato di consumo del pianeta.
Quando si parla di nearshoring in Messico, il pensiero corre quasi automaticamente ai poli industriali del nord, da Monterrey al Bajío, storicamente legati alla manifattura per il mercato statunitense. Sono aree dinamiche, ma anche sature: i tassi di sfitto industriale nei principali hub sono scesi sotto il quattro per cento, il che significa spazi scarsi, costi crescenti e una concorrenza feroce per la manodopera. È esattamente in questo contesto che emergono i poli alternativi, e lo Yucatán è forse il più interessante tra essi.
Le ragioni sono diverse e si rafforzano a vicenda. La prima è la sicurezza. Lo Yucatán è notoriamente lo Stato con il più basso indice di criminalità di tutto il Messico, un elemento che per un investitore straniero non è un dettaglio ma una condizione operativa fondamentale, perché si traduce in continuità della produzione, tutela del personale e serenità nella gestione quotidiana. La seconda è la posizione geografica. La penisola dello Yucatán è il punto del Messico più vicino sia alla costa orientale degli Stati Uniti sia all'Europa via mare, il che la rende una piattaforma logistica naturale per chi commercia su entrambe le sponde dell'Atlantico. A questo si aggiunge la presenza del porto di Progreso e dell'aeroporto internazionale di Mérida, oltre a una rete infrastrutturale che comprende collegamenti elettrici, idrici, di gas naturale, ferroviari e di telecomunicazioni.
C'è poi il capitale umano. La regione dispone di una rete diffusa di università e istituti tecnologici che formano professionisti qualificati, una risorsa decisiva per le industrie che richiedono competenze specializzate. E c'è, infine, la qualità della vita, che a Mérida e nel suo intorno è elevata, un fattore tutt'altro che secondario quando si tratta di attrarre e trattenere talenti, anche quelli che un'azienda straniera porta con sé. A completare il quadro intervengono i costi del suolo industriale, mediamente più contenuti rispetto agli hub tradizionali, e un atteggiamento favorevole delle istituzioni locali nei confronti degli investimenti produttivi.
È in questo terreno fertile che si colloca Central Business Park, un parco industriale situato nel comune di Ucú, all'interno del corridoio industriale di Hunucmá, lungo la strada che collega Mérida a Tetiz, in quella che è considerata l'area a maggiore crescita industriale dello Yucatán. La sua posizione è strategica: si trova a circa quarantacinque minuti dal porto marittimo di Progreso e a una ventina di minuti dall'aeroporto internazionale di Mérida, con accessi rapidi alle principali vie di comunicazione dello Stato.
Un dettaglio che merita attenzione, soprattutto per un lettore italiano, riguarda le origini del progetto. Central Business Park è stato concepito nel 2015 da imprenditori messicani e italiani che avevano intuito il potenziale dello Yucatán come centro logistico e di affari del sud-est del Messico. È un ponte ideale tra due culture imprenditoriali, e per chi dall'Italia guarda al mercato nordamericano questa radice comune può rappresentare un elemento di familiarità e di fiducia.
Dal punto di vista delle dimensioni, il parco si estende su centotrentotto ettari suddivisi in tre sezioni, la prima delle quali conta sessantasei ettari e circa centoquaranta lotti modulari. I lotti industriali partono da milleduecentocinquanta metri quadrati e possono essere adattati alle esigenze delle singole aziende. L'offerta non si limita peraltro alla vendita del terreno: Central Business Park propone diverse formule, dalla vendita di lotti industriali alla locazione di capannoni già costruiti, fino alle soluzioni cosiddette build to suit, in cui lo spazio produttivo viene progettato e realizzato su misura per le necessità specifiche dell'impresa. È una flessibilità che consente sia alla piccola realtà sia alla grande operazione manifatturiera o logistica di trovare la formula più adatta.
La differenza tra un parco industriale serio e una semplice porzione di terreno la fanno l'infrastruttura e la certezza giuridica. Su entrambi i fronti Central Business Park presenta caratteristiche solide. Le aree sono dotate di pavimentazione asfaltata ad alta specifica, illuminazione pubblica, fornitura elettrica dimensionata per l'uso industriale, reti idriche e di servizi sotterranei, oltre a un muro perimetrale che cinge l'intero parco. La sicurezza è presidiata ventiquattro ore su ventiquattro, con videosorveglianza e controllo degli accessi, un aspetto coerente con la vocazione dello Yucatán alla tranquillità operativa.
Sul piano legale, il parco è regolarmente autorizzato e organizzato secondo un regime condominiale, una struttura che offre certezza nell'acquisto dei lotti e nella locazione dei capannoni e che disciplina in modo ordinato i rapporti tra proprietari, utilizzatori e fornitori. È inoltre presente un comitato interno di specialisti in architettura, ingegneria, impiantistica ed ecologia, che affianca l'investitore guidandolo nel rispetto delle normative locali. Per chi proviene dall'estero e non conosce a fondo il quadro regolatorio messicano, questo accompagnamento riduce sensibilmente i rischi e i tempi di avvio.
Un capitolo a parte merita la dimensione ambientale, sempre più rilevante anche in chiave reputazionale e di accesso ai mercati. Central Business Park si presenta come un parco eco-industriale, progettato nel rispetto della normativa ambientale dello Yucatán e delle autorizzazioni federali. Tra le iniziative figurano la gestione delle acque attraverso biodigestori, sistemi di drenaggio delle acque piovane, ampie aree verdi, un vivaio di piante native e attraversamenti per la fauna selvatica. È un approccio che non risponde soltanto a un obbligo, ma intercetta la crescente domanda di sostenibilità da parte delle filiere internazionali, dove la conformità ambientale è ormai un requisito d'ingresso e non più un di più.
Le vocazioni produttive previste dal parco riguardano l'industria leggera e media, la logistica, i centri di distribuzione e la manifattura, con un'attenzione particolare a settori ad alto valore come la componentistica aerospaziale, l'automotive e la mobilità elettrica, e la produzione di elettrodomestici. Sono esattamente i comparti che il nearshoring sta trainando in Messico, segno che il posizionamento del parco è coerente con le dinamiche del mercato.
Per un imprenditore italiano o europeo, insediarsi in Yucatán attraverso una realtà come Central Business Park significa costruire una piattaforma produttiva o logistica capace di servire contemporaneamente il mercato nordamericano e, grazie alla connettività atlantica, quello europeo. È la logica di chi non vuole più dipendere da catene di fornitura lunghe e fragili, come quelle asiatiche, e cerca prossimità, resilienza e tempi di transito ridotti, che dal Messico verso gli Stati Uniti si misurano in giorni anziché in settimane.
Le modalità di ingresso, come si è visto, sono diverse e graduabili in base agli obiettivi e alla propensione al rischio: l'acquisto di un lotto per costruire un proprio stabilimento, la locazione di un capannone per partire rapidamente, o la formula build to suit per delegare la realizzazione. In tutti i casi, un investimento di questo tipo non si improvvisa. La conoscenza del programma di importazione temporanea noto come IMMEX, il rispetto delle regole di origine dell'accordo USMCA per beneficiare dell'accesso senza dazi, la scelta della forma societaria più adatta e, dove opportuno, il ricorso a modelli di insediamento assistito che riducono i rischi legali e di proprietà per l'investitore straniero, sono tutti elementi che richiedono il supporto di consulenti specializzati, sia locali sia internazionali.
Sarebbe poco serio, e poco utile, presentare questa opportunità senza richiamarne anche i rischi, perché è proprio la loro consapevolezza a distinguere l'investitore accorto da quello avventato. Il primo è l'incertezza legata alla revisione dell'accordo nordamericano, il cui esito potrebbe modificare le regole del gioco, in particolare quelle di origine, con effetti sulla convenienza di alcune filiere. Il secondo è la volatilità della politica tariffaria statunitense, che negli ultimi anni si è dimostrata imprevedibile e che alcuni analisti temono possa addirittura innescare un fenomeno di rilocalizzazione inversa, ossia uno spostamento di capitali verso gli Stati Uniti anziché verso il Messico. Il terzo riguarda il contesto interno messicano, dove la credibilità della governance fiscale e la stabilità del quadro regolatorio restano fattori che il mercato osserva con attenzione e che incidono sulla durata e sulla qualità dei benefici del nearshoring.
Vale infine una precisazione doverosa: quanto qui esposto ha natura informativa ed editoriale e non costituisce una raccomandazione di investimento personalizzata. Ogni decisione va presa dopo un'attenta due diligence, una valutazione delle proprie esigenze e con l'assistenza di professionisti del settore legale, fiscale e finanziario, in grado di calare le opportunità generali nella situazione specifica di ciascuna impresa.
Al netto delle cautele, il senso di un'operazione come questa è chiaro. In un'epoca in cui la geografia delle catene di fornitura si sta ridisegnando, posizionarsi per tempo nei luoghi giusti vale più di qualsiasi previsione di breve termine. Lo Yucatán offre una combinazione difficile da trovare altrove: sicurezza, connettività atlantica, manodopera qualificata, costi competitivi e un atteggiamento istituzionale favorevole. Central Business Park, con la sua infrastruttura matura, la certezza giuridica, la vocazione sostenibile e quella radice italo-messicana che lo rende particolarmente leggibile a chi guarda dall'Europa, si propone come una delle porte d'ingresso più ordinate a questo territorio.
Non è una scommessa sul prossimo trimestre, ma sul prossimo decennio. E come tutte le scommesse serie, premierà chi saprà studiarla a fondo, accompagnarla con i giusti partner e muoversi mentre la finestra è ancora aperta, prima che l'attenzione del mondo, oggi concentrata sui poli più affollati, scopra fino in fondo il potenziale del sud-est del Messico.
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