Per anni l'agritech è stato raccontato come la nuova frontiera dorata dell'innovazione, il settore destinato a riconciliare produttività agricola e sostenibilità ambientale grazie a sensori, intelligenza artificiale e robotica.
La realtà che emerge dal biennio 2024 e 2025 è più dura e più interessante di quella narrazione. Dopo il picco di investimenti del 2022, quando in Europa agritech e foodtech avevano raccolto insieme circa 2,7 miliardi di dollari, il capitale di rischio si è ritirato in modo brusco, con cali stimati intorno all'ottanta per cento in alcuni segmenti. Il vertical farming, a lungo considerato il simbolo stesso della rivoluzione, ha vissuto una sequenza di fallimenti eccellenti, da Plenty, che ha attraversato il Chapter 11 dopo aver raccolto quasi un miliardo di dollari, fino alla chiusura di operatori come Bowery Farming. Il produttore francese di proteine da insetti Ynsect è entrato in liquidazione giudiziaria dopo aver bruciato oltre cinquecento milioni di dollari.
Questa selezione naturale ha però prodotto un effetto inatteso e prezioso. Il denaro facile non c'è più, e con esso sono scomparse molte aziende che ottimizzavano i propri sforzi sul round successivo anziché sui ricavi. Le imprese rimaste in campo sono quelle che hanno costruito tecnologia difendibile, fatturato reale e, in qualche caso, persino utili. Nel frattempo l'Italia ha mostrato segnali di vitalità controcorrente, con investimenti nel foodtech nazionale che nel 2025 hanno raggiunto i 256 milioni di euro, più che raddoppiati rispetto all'anno precedente, e con un agritech che si conferma il fronte più maturo dell'intero comparto agroalimentare innovativo. È in questo scenario di mercato selettivo e disilluso che ha senso parlare delle migliori dieci startup agritech, non più come scommesse visionarie ma come aziende che stanno dimostrando, numeri alla mano, dove sta andando davvero l'agricoltura tecnologica.
Fondata nel 2017 da Matteo Vanotti per risolvere un problema concreto, la gestione digitale dell'azienda agricola di famiglia, xFarm è oggi il campione italiano dell'agritech e uno dei pochi player europei capaci di giocare su scala globale. La piattaforma supporta circa 450.000 aziende agricole in oltre cento paesi, coprendo intorno ai sette milioni di ettari e decine di filiere produttive. Il modello combina sensori IoT, dati satellitari, telemetria delle macchine e algoritmi di intelligenza artificiale per ottimizzare acqua, fertilizzanti e trattamenti, con una app pensata per la realtà delle piccole e medie imprese agricole europee, là dove i software americani risultavano sovradimensionati e quelli italiani poco usabili.
La forza di xFarm sta nella strategia di crescita per acquisizioni e nella capacità di trasformarsi da fornitore di software a infrastruttura di filiera. L'azienda ha integrato la francese SpaceSense per i dati satellitari, la spagnola Greenfield Technologies per la salute del suolo e ha realizzato una fusione con la brasiliana Checkplant per radicarsi in uno dei mercati agricoli più importanti al mondo. Il round guidato dal fondo Partech, con la partecipazione di Mouro Capital, ha aperto la strada all'ambizione più interessante, ovvero diventare la spina dorsale dati per servizi fintech e assicurativi rivolti agli agricoltori, a partire dalle polizze parametriche che pagano in base a parametri climatici predefiniti. La collaborazione con Barilla per digitalizzare la filiera di Mulino Bianco su oltre 2.600 aziende fornitrici mostra il punto di arrivo di questo posizionamento, dove la tecnologia agricola diventa strumento di tracciabilità e sostenibilità per i grandi marchi del Made in Italy.
Se esiste una storia che riassume la nuova fase dell'agritech, è quella di Carbon Robotics. Fondata nel 2018 a Seattle da Paul Mikesell, già cofondatore della società di data storage Isilon, l'azienda ha costruito la LaserWeeder, una macchina che si traina dietro un trattore e usa visione artificiale, deep learning e una batteria di laser ad alta potenza per riconoscere le piante infestanti ed eliminarle colpendone il meristema, senza diserbanti, senza toccare le colture e senza disturbare il suolo. Il risultato dichiarato è un taglio dei costi di controllo delle infestanti fino all'ottanta per cento, una proposta di valore concreta in un'epoca di crescenti restrizioni sull'uso degli erbicidi.
Ciò che rende Carbon Robotics il caso più istruttivo è il modo in cui ha attraversato la crisi del settore. Mentre i concorrenti si concentravano sui round, l'azienda ha superato i cento milioni di dollari di ricavi nell'esercizio chiuso a gennaio 2026, crescendo in modo organico senza nuove emissioni di capitale, con un fatturato in aumento ogni anno. A fronte di circa 177 milioni di dollari raccolti dalla fondazione, dispone di una flotta operativa in quindici paesi e di un vantaggio competitivo difficile da replicare, il Large Plant Model, un modello di intelligenza artificiale addestrato su oltre 150 milioni di piante etichettate che si rafforza a ogni ora di lavoro sul campo, generando un effetto di accumulo dei dati che allarga il fossato rispetto a chiunque debba partire da zero. L'arrivo tra gli investitori del braccio di venture capital di NVIDIA e l'estensione della gamma con il kit di autonomia per trattori esistenti completano il quadro di un'azienda ormai più vicina a una quotazione che a un'altra raccolta di rischio.
Pivot Bio affronta uno dei problemi ambientali ed economici più rilevanti dell'agricoltura moderna, la dipendenza dai fertilizzanti azotati di sintesi. La produzione di azoto industriale è energivora e responsabile di emissioni significative, mentre il dilavamento dei nitrati inquina falde e corsi d'acqua. La startup ha sviluppato microrganismi capaci di fissare l'azoto atmosferico direttamente a ridosso delle radici delle colture, in particolare mais e cereali, riducendo la necessità di apporti chimici e tagliando contemporaneamente costi ed emissioni.
Con oltre seicento milioni di dollari raccolti nel corso degli anni, concentrati in larga parte in un imponente round di Serie D, Pivot Bio rappresenta la scommessa più ambiziosa sul filone dei prodotti biologici, una categoria che gli investitori continuano a premiare anche nella fase di contrazione generale perché intercetta sia la pressione regolatoria sull'uso di input chimici sia la domanda di pratiche rigenerative. Il rischio dell'azienda è quello tipico delle soluzioni biologiche, una variabilità di performance legata a suolo e clima che richiede anni di dati di campo per essere domata, ma la traiettoria e la qualità degli investitori la collocano stabilmente tra i protagonisti del settore.
Indigo è uno dei nomi storici e più capitalizzati dell'agritech, con una raccolta complessiva che secondo le fonti si colloca tra 1,1 e 1,4 miliardi di dollari, sostenuta dal celebre incubatore Flagship Pioneering. L'azienda è nata attorno all'idea di sfruttare il microbioma delle piante, attraverso trattamenti microbici dei semi che migliorano salute e resa delle colture in modo sostenibile, per poi articolare un'offerta molto più ampia.
Il vero tratto distintivo di Indigo è l'aver costruito attorno alla tecnologia un ecosistema commerciale. Da un lato un marketplace digitale che mette in contatto diretto agricoltori e acquirenti, riducendo le inefficienze della filiera, dall'altro un programma di crediti di carbonio legato all'agricoltura rigenerativa, che remunera gli agricoltori per le pratiche di sequestro del carbonio nel suolo. Questa combinazione di biologia, dati e finanza ambientale rende Indigo un caso emblematico di come l'agritech più maturo non venda più un singolo prodotto, ma un'infrastruttura che attraversa produzione, commercializzazione e mercati ambientali.
Inari, anch'essa parte della galassia di Flagship Pioneering e con una raccolta che si avvicina ai settecento milioni di dollari, opera sul fronte più a monte dell'intera catena del valore, quello del seme. L'azienda utilizza tecnologie avanzate di editing genetico per riprogettare le sementi delle colture di base, con l'obiettivo di ottenere piante capaci di produrre di più consumando meno acqua e meno fertilizzanti.
La promessa è di grande portata, perché agire sul seme significa intervenire sull'unità fondamentale della produttività agricola, con effetti che si propagano a valle su rese, fabbisogni idrici e impatto ambientale. È anche il terreno più delicato, sia per la complessità scientifica sia per il quadro regolatorio e percettivo che circonda la modifica genetica, particolarmente sensibile in Europa. Proprio per questo Inari rappresenta una scommessa di lungo periodo, dove il valore non si misura sui ricavi immediati ma sulla capacità di portare a mercato varietà che ridefiniscano gli equilibri tra resa e consumo di risorse.
Nel cimitero del vertical farming, Planet Farms è la storia di chi è sopravvissuto cambiando modello. Fondata vicino a Milano nel 2017 da Daniele Benatoff e Luca Travaglini, l'azienda ha costruito a Cirimido, in provincia di Como, una delle più grandi vertical farm al mondo, con un'area di coltivazione di ventimila metri quadrati, idroponica, illuminazione LED, sensoristica e intelligenza artificiale, capace di produrre insalate e ortaggi senza pesticidi riducendo del novantacinque per cento il consumo di acqua rispetto all'agricoltura tradizionale.
La differenza rispetto ai concorrenti falliti sta nella strategia industriale e finanziaria. Mentre Plenty e Bowery bruciavano capitale inseguendo la crescita, Planet Farms ha legato la propria espansione a contratti di fornitura di lungo periodo con la grande distribuzione, arrivando a coprire oltre un quarto della distribuzione italiana e a rifornire catene in Svizzera e nel Regno Unito, dove è entrata negli scaffali di Waitrose. La mossa decisiva è stata la joint venture con Swiss Life Asset Managers, con una dotazione fino a duecento milioni di euro, che inquadra le vertical farm non come scommesse tecnologiche ma come infrastruttura agricola dotata di flussi di cassa stabili e contratti pluriennali. È la dimostrazione che il vertical farming può funzionare a patto di trattarlo come un'attività capital intensive da finanziare con strumenti infrastrutturali, e non come una startup software.
Evja porta nell'elenco la prospettiva dell'agricoltura di precisione accessibile, costruita su misura per la realtà delle aziende mediterranee. Nata a Napoli e attiva da circa un decennio, ha sviluppato OPI, un sistema avanzato di supporto decisionale che integra sensori IoT wireless, intelligenza artificiale e modelli predittivi per monitorare in continuo parametri come temperatura, umidità, radiazione e pH, guidando l'agricoltore nella gestione di irrigazione, nutrizione e protezione fitosanitaria.
I risultati misurati sul campo sono ciò che rende Evja credibile al di là delle promesse. Il sistema dichiara riduzioni dell'uso di acqua fino al novantacinque per cento e tagli dei consumi energetici intorno al settanta per cento, con oltre duecento installazioni tra campi aperti, serre e vertical farm in Europa, Asia e Africa. La collaborazione pluriennale con La Doria sul pomodoro da industria ha prodotto numeri concreti, con un calo del quarantatre per cento nei consumi idrici e del sessantasette per cento nell'uso di fungicidi. In un settore affollato di soluzioni che faticano a uscire dalla fase pilota, Evja dimostra come l'agritech possa generare valore reale anche con tecnologie sobrie, purché calate sui problemi specifici delle colture e dei territori.
DeHaat è probabilmente la dimostrazione più solida che l'agritech può essere un business profittevole e non solo un esercizio di raccolta fondi. La piattaforma indiana, che ha raccolto oltre cinquecento milioni di dollari, ha adottato un approccio full stack, ovvero seguire l'agricoltore lungo l'intera filiera, dall'accesso agli input come semi e fertilizzanti fino alla consulenza agronomica, dal credito alla commercializzazione del raccolto.
I numeri raccontano una storia diversa da quella delle startup occidentali in difficoltà. Nell'esercizio fiscale di riferimento DeHaat ha superato i trentamila miliardi di rupie di ricavi, con una crescita a doppia cifra e, soprattutto, con un utile netto significativo, operando in dodici stati indiani ed esportando verso decine di mercati internazionali. In un paese con oltre 140 milioni di famiglie agricole e con perdite post raccolto enormi, DeHaat affronta i tre problemi strutturali dell'agricoltura indiana, i bassi redditi degli agricoltori, le perdite lungo la filiera e l'accesso frammentato ai mercati. È il modello che meglio incarna la possibilità di un agritech sostenibile economicamente proprio nei mercati emergenti, dove la tecnologia colma vuoti infrastrutturali profondi.
Pure Harvest affronta una delle sfide più estreme dell'agricoltura contemporanea, coltivare in modo efficiente nel deserto. Con sede tra Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita e una raccolta superiore ai centottanta milioni di dollari, che la rende la realtà agritech più finanziata del Medio Oriente, l'azienda gestisce serre ad alta tecnologia capaci di produrre con un'efficienza enormemente superiore a quella della coltivazione tradizionale in pieno campo, usando quantità minime di acqua in un contesto di scarsità idrica strutturale.
Il valore strategico di Pure Harvest va oltre i numeri aziendali e tocca il tema della sicurezza alimentare nazionale. Le economie del Golfo dipendono in modo critico dalle importazioni di cibo, e la possibilità di produrre localmente ortaggi freschi tutto l'anno in ambiente controllato risponde a un'esigenza geopolitica oltre che commerciale. È un esempio di come l'agritech assuma significati diversi a seconda della geografia, trasformandosi da strumento di efficienza in leva di autonomia strategica per interi paesi.
Chiude l'elenco la danese Agreena, che rappresenta il filone più dinamico dell'agritech europeo nel momento di contrazione generale, quello della finanza rigenerativa. Mentre la digitalizzazione dei processi agricoli tradizionali rallentava, le soluzioni legate al carbonio e alla rigenerazione del suolo hanno continuato ad attrarre capitali, e Agreena ne è l'esempio più citato, avendo raccolto decine di milioni di euro per sviluppare strumenti di monitoraggio del carbonio sequestrato nei terreni agricoli.
Il cuore della proposta è una piattaforma di misurazione, rendicontazione e verifica che consente di certificare in modo affidabile la quantità di carbonio immagazzinata nel suolo grazie a pratiche agronomiche rigenerative, trasformandola in crediti negoziabili e quindi in un nuovo flusso di reddito per gli agricoltori. In un'Europa che spinge con forza su decarbonizzazione e ripristino dei suoli, Agreena intercetta la convergenza tra agricoltura, dati e mercati ambientali, lo stesso terreno presidiato da Indigo ma con un focus specifico sulla verifica del carbonio. È la conferma che, anche in un mercato avaro di capitali, la promessa di pagare l'agricoltore per i servizi ecosistemici resta una delle poche capaci di muovere investimenti.
Mettere in fila queste dieci aziende significa leggere in controluce le regole del nuovo agritech. La prima lezione è che la tecnologia da sola non basta, e che vincono le imprese capaci di tradurre l'innovazione in risparmi misurabili per l'agricoltore, come l'ottanta per cento di costi di diserbo tagliati da Carbon Robotics o il novantacinque per cento di acqua risparmiata da Evja e Planet Farms. La seconda è che il modello di finanziamento conta quanto il prodotto, e che le attività ad alta intensità di capitale come il vertical farming sopravvivono solo se trattate come infrastruttura con contratti di lungo periodo, non come startup digitali da far crescere a colpi di round. La terza è che la profittabilità, a lungo considerata un dettaglio rinviabile, è diventata il vero discrimine, come dimostrano i casi di Carbon Robotics e DeHaat.
Per il sistema italiano c'è infine un messaggio incoraggiante. La presenza di tre aziende nazionali tra le migliori dieci, xFarm, Planet Farms ed Evja, non è un esercizio campanilistico ma il riflesso di un ecosistema che, pur con investimenti ancora lontani dalla maturità, sta producendo campioni capaci di competere a livello globale, di crescere per acquisizioni e di intrecciare la tecnologia con la forza del Made in Italy agroalimentare. Il futuro dell'agritech non sarà fatto di promesse rivoluzionarie ma di soluzioni che migliorano i conti delle aziende agricole e riducono l'impronta ambientale della produzione di cibo. Le startup che hanno superato la selezione degli ultimi due anni sono esattamente quelle che hanno capito questa differenza, e su di esse si costruirà la prossima fase dell'agricoltura tecnologica.
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